La salute dovrebbe essere un diritto garantito a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito. Nella realtà dei fatti, chi ha le risorse economiche riesce a curarsi meglio e più in fretta. Chi non le ha, spesso si trova a fare i conti con liste d’attesa infinite, prestazioni insufficienti, o peggio ancora con episodi di malasanità che lasciano conseguenze serie e durature.

Non parliamo solo degli effetti collaterali del COVID — un capitolo ancora aperto e per molti non ancora risolto — ma di tutte quelle situazioni in cui qualcosa è andato storto: un intervento chirurgico gestito male, una diagnosi tardiva o errata, complicazioni successive a un incidente o a una terapia, danni causati da trattamenti non appropriati.

Quando succede, la reazione più comune è la rassegnazione. “Mi è capitato, non posso fare nulla.” Non è così.

Esiste un sistema di tutele legali che consente al cittadino di rivendicare i propri diritti in caso di malasanità. Si può agire sia in sede civile che penale, richiedere il risarcimento dei danni subiti — fisici, psicologici ed economici — e ottenere il riconoscimento di quanto è accaduto. Non si tratta di fare guerra ai medici o alle strutture sanitarie: si tratta di esercitare un diritto fondamentale, quello alla salute, che la Costituzione italiana garantisce a ogni cittadino.

Ribellarsi a un sistema che non funziona è legittimo. Farlo nelle sedi opportune, con gli strumenti giusti, è la strada corretta.

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