Debito e Moneta, la favola di Kalecki

Michał Kalecki fu un importante economista polacco del XX secolo, il quale elaborò un “punto di vista alternativo” rispetto alla narrazione neoclassica, che commetteva l’errore fondamentale di partire dalla struttura microeconomica per individuare soluzioni di livello macroeconomico. Ma i due universi, per quanto reciprocamente assimilabili, non possono fornire le medesime soluzioni a problemi di natura differente. Lo studioso di Lodz riuscì a coniugare le teorie economiche di Karl Marx con quelle espresse da John Maynard Keynes nella “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, giungendo alle medesime conclusioni del grande pensatore britannico: il corretto utilizzo degli strumenti economici – umana invenzione e analisi del reale – può benissimo indirizzare le infinite potenzialità degli uomini, le loro risorse e la loro tecnica alla piena occupazione, e con essa alla dignità e all’emancipazione economica e sociale di ogni individuo.

Michał Kalecki

Kalecki, con i suoi studenti e i suoi interlocutori, si serviva spesso di storie tratte dalla realtà per illustrare le proprie tesi. Una delle più famose fu sicuramente quella raccontata a un suo studente, che riguardava la visita di un ricco ebreo in un paesino della Polonia dell’Est durante gli Anni Trenta.

Nel 1935 in Polonia, alla morte di Józef Piłsudski, una giunta di militari prese il potere con l’intenzione di mantenerlo saldo attraverso una politica economica che desse loro credito presso la popolazione, una buona parte della quale era ridotta in miseria. Per farlo, i colonnelli chiamarono un collega di Kalecki, Ludwik Landau, affinché spiegasse loro le basi della macroeconomia e dei suoi elementi peculiari: debito, credito, produzione, occupazione.

Il professore spiegò tali concetti, senza tuttavia ottenerne risultati soddisfacenti. Così decise di cambiare strategia. Pensò di raccontare una storia, con la quale illustrare gli effetti delle sue teorie nella realtà quotidiana dei cittadini. La storia, naturalmente, non poteva che essere ambientata nel loro Paese.

Il racconto

“All’epoca, la Polonia orientale stava vivendo un periodo di profonda difficoltà economica per la mancanza di lavoro e di risorse. In particolare, in una piccola cittadina ebraica, i suoi abitanti continuavano a vivere di debiti, che non potevano ripagare, e perciò erano sempre costretti a sbarcare il lunario con mezzi fortuna.

Un giorno giunse in quel paesino un ricchissimo ebreo, che alloggiò nell’unica locanda presente nei paraggi. Egli si premurò di pagare subito il conto, lasciando all’oste una banconota da 100 dollari per tutta la sua permanenza. Tuttavia, per motivi del tutto ignoti, egli partì il giorno dopo senza lasciare tracce né indicazioni sulla custodia dei soldi che avrebbe voluto investire in quel luogo.

Passato qualche giorno l’oste, non vedendo arrivare l’ebreo, decise di utilizzare quei 100 dollari che pensava di non dovere più restituire. Pagò gli arretrati che aveva con l’emporio del paese e rifornì la sua piccola attività di nuove cibarie da vendere agli ospiti. Il gestore dell’emporio, contento di quanto era riuscito ad ottenere, dette la banconota alla moglie perché la conservasse. La donna, però, non gli dette ascolto e li diede alla sarta del paese con la quale era in debito per gli abiti acquistati in precedenza.

Felice di aver finalmente riscosso il suo credito, la sarta impiegò quei 100 dollari per pagare gli arretrati al suo padrone di casa. Anche costui investì quei soldi, questa volta nei “servizi” offerti da una meretrice del luogo. 

La donna fu a sua volta estremamente contenta di ricevere una tale somma di denaro, che corrispondeva esattamente alla cifra che doveva dare all’albergatore nella cui locanda aveva affittato le camere per ospitare i suoi clienti. In tal modo la famosa banconota da 100 dollari era ritornata in possesso di colui che per primo l’aveva messa in circolazione: l’oste. 

Peraltro, giusto in tempo. Infatti, proprio nel giorno in cui egli la ebbe indietro, il ricco ebreo ritornò alla locanda per riprendersela, visto che non aveva usufruito dei servizi per cui l’aveva sborsata. L’oste tirò un sospiro di sollievo, soddisfatto per averla potuto restituire. Ma rimase sgomento quando il ricco ebreo, davanti ai suoi occhi, dette fuoco alla banconota usandola per accendersi un sigaro con un lapidario commento: «Tanto era falsa»”.

Che cosa imparare dunque dal racconto di Kalecki? 

Esistono due maniere di fare soldi. La prima – la più logica, la più diffusa – è quella di guadagnarli. La seconda è quella di farli. Letteralmente di crearli dal niente, come fanno le Banche Centrali dei vari Stati che su un pezzo di carta scrivono il valore che da quel momento esso dovrà avere. E come fanno, in parte, le banche commerciali attraverso quella che viene chiamata moneta privata bancaria. Esattamente come fa chi stampa soldi falsi, con la differenza che nel caso delle banche il valore è attribuito con un clic sul computer. 

Ma c’è un altro elemento da imparare da questa favola: che facendo circolare il denaro si può produrre ricchezza.

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